IL NUOVO CHE (CI) AVANZA

Il rinculo della storia e le arti in Maremma

La rinuncia ad immaginare il nuovo ha provocato ovunque un “grande rinculo della storia”, un generale ritorno al passato nel pensiero, nella cultura politica e nell’arte.

Così si esprimono i giornalisti dell’Espresso in una approfondita riflessione pubblicata sul numero attualmente in edicola. Dall’America di Trump alla Turchia di Erdogan, dalla Brexit all’Europa dell’Est ci si rinchiude nei valori identitari, si cercano le radici ancestrali. Così si rafforzano populismo, nazionalismo, barriere protettive e legislazioni con ammiccamenti teocratici. In tempi di crisi economica, mancanza di fiducia nel futuro e consapevolezza che il pensiero politico non produce più nulla di nuovo da decenni, “la nostalgia diventa molto più forte della speranza, perché non può deludere”.

Anche i fenomeni culturali che stanno emergendo in Maremma si possano inserire in questa dimensione di riflusso e di chiusura. Fenomeni che esistono da molto tempo, alimentati da intellettuali locali – dichiaratamente di sinistra – che a partire dagli anni Settanta non hanno mai provato imbarazzo a evocare una fantomatica “civiltà maremmana” da difendere contro una presunta “ibridazione dell’etnos locale”. Oggi, però, con il grande rinculo della storia, la situazione sta assumendo una radicalità grottesca ed è necessario prendere posizione. Da molto tempo, con pubblicazioni e conferenze, cerco di evidenziare tutti i limiti dei falsi richiami identitari locali e lo faccio citando, prima di tutto, il Bianciardi della “città aperta al vento e ai forestieri”, l’intellettuale abituato a schernire tutti i miti delle antiche origini. Come lui, penso che il passato come categoria storica generale sia profondamente diverso dal passato mitico, e sia più complesso e difficile da storicizzare perché trascende le percezioni sentimentali e selettive della memoria e della tradizione. Il Bianciardi milanese aveva nostalgia della sua Grosseto, ma era una nostalgia sentimentalmente innocua perché privata, molto diversa dalla nostalgia pericolosa – perché si vuole imporre alla propria comunità – che coincide con la nostalgia di un passato mitico, inventato e proposto in modo superficiale perché piegato a una visione strumentale del presente. La nostalgia pericolosa è quella che fonda le basi per un illogico ripristino del proprio passato, nel tentativo impossibile di ricostruirne tracce e segni anche materiali, e che tenta di spettacolarizzarlo nel Revival per fornirne una percezione semplicistica da piegare alla comprensione e all’affetto di tutti.

Io, che non ho alcuna nostalgia, penso che la vera sfida per progettare il futuro non sia ripristinare e spettacolizzare il passato, ma riscriverne la storia fornendo nuove interpretazioni. Immaginare un nuovo passato, quindi, indagandolo con categorie nuove, fornite per esempio da nuovi approcci tecnologici, multiculturali – anche e soprattutto portati dagli immigrati – e multidisciplinari. Penso che sia necessario cercare di fornire nuove istruzioni di lettura, distruggendo i luoghi comuni e i punti di vista stereotipati. Occupandomi di storia dell’arte ritengo quindi vitale, qui in Maremma e nel 2017, proporre un corso aperto a tutti che abbia come obiettivo la de-costruzione della storia dell’arte e del concetto stesso di arte, e la divulgazione di punti di vista inediti e orgogliosamente relativisti: si chiamerà “D’istruzioni d’arte, libri, video e testimoni eretici” (vedi http://www.clarissearte.it/distruzioni-darte).

Se l’arte è un formidabile vettore eretico, necessario per elaborare nuove interpretazioni della storia del passato e del presente, ritengo che – al contrario di quello che si scrive nel numero citato dell’Espresso – ci siano quindi molte forme nuove che avanzano e che ci avanzano, anche qui in Maremma, nonostante il panorama oggi pervasivo offerto dal circo dei butteri domenicali o dalla farsa delle rievocazioni medievali definite “scientifiche” (?). Ci avanza un nuovo tipo di arte, detta relazionale o partecipativa, perché muove da istanze inedite – o, a ben vedere, collegabili solo a un passato da reinterpretare, come quello appunto medievale – che sposano esigenze di creatività anonima e collettiva espressa per l’utilità di tutti. Per gran parte del ventesimo secolo ha dominato il paradigma dell’artista eroe che lottava per imporre al mondo la sua verità, oggi sta invece emergendo il paradigma nuovo del “codice aperto” che porta avanti – come sostiene Cesare Pietroiusti che parteciperà al corso D’istruzioni – progetti corali e multidisciplinari che uniscono il contributo di gruppi di operatori professionali a quello attivo degli utenti finali.

Ma, soprattutto, sta finalmente cambiando la concezione dell’arte. La nuova arte non è più Arte, cioè l’arte delle reliquie d’arte e della firma d’artista, morta creativamente con Dada, l’orinatoio di Duchamp e la merda di Manzoni, seppellita da Umberto Eco e anche burocraticamente dal ministero che tutela Beni Culturali e non Capolavori d’Arte. Il concetto di arte è oggi da consegnare a una nuova interpretazione della storia. Anche in questo caso, in modo molto parziale e limitato, ho cercato di proporre sul territorio una manifestazione culturale, “La Città Visibile”, basata sulla partecipazione e sulla progettazione condivisa, che proponesse questo nuovo concetto d’arte e che fosse stimolata da tematiche rivolte al futuro come l’utopia (nel 2015) e le nuove identità sessuali (2016). Che poi, a ben vedere, il concetto di utopia e il pluralismo delle identità e degli orientamenti sessuali non sono certo novità, ma l’invito a rimeditare ipotesi di cambiamento (e non di ripristino) del vecchio è oggi quanto mai attuale e avanza, cioè sopravvive, al grande rinculo della storia.
Il nuovo nasce sempre laddove si concentrano talento, condivisione, integrazione, tolleranza e tecnologia. E il futuro è ovunque, anche nel passato, basta saperlo immaginare.

Mauro Papa

Per le edizioni citate di Città Visibile, vedi
2015
http://www.youblisher.com/p/1203780-La-Citta-Visibile-2015/
2016
https://ita.calameo.com/read/0012405526fdfec102a10

11 pensieri su “IL NUOVO CHE (CI) AVANZA”

  1. Apprezzo molto il tentativo di Mauro Papa di interpretare il presente e di immaginare il futuro a partire dall’arte e dalla storia dell’arte. Vorrei poterlo sostenere, in qualche modo. Abbiamo assistito e stiamo ancora assistendo a troppe riesumazioni fantasiose del medio evo locale, perché si possa dare credito a chi pensa di farle diventare di botto “scientifiche”. Per fortuna non mancano, da trent’anni a questa parte, studi seri su quel periodo; su questi bisognerebbe invece confrontarsi. Prima c’era soltanto il saggio fondamentale di Marrara e dubito che gli attuali responsabili “scientifici” della politica culturale locale lo conoscano. Quanto alle premesse che Mauro pone al suo ragionamento (lettura dell’ultimo numero dell’Espresso, “maremmanità” degli anni 70, nostalgia “innocente” di Bianciardi) ci sarebbe da discutere. Ho qualche perplessità. Così come non credo che una rinnovata devozione al santino del nostro più famoso esule basti a assicurare un futuro radioso alla cultura locale, o anche solo a farla scampare al peggio che può ancora venire.

    1. Caro Adolfo, sono contento che apprezzi il mio tentativo. Sulla questione della “devozione al santino”, invece, ti volevo fare ascoltare una delle mie canzoni preferite, A Tratti dei CSI (https://www.youtube.com/watch?v=gi8hy1GZh04) . Lo sai qual è il punto che mi piace di più? Quando Ferretti canta “Non fare di me un idolo lo brucerò”. Penso che sia un atteggiamento molto bianciardiano, ma forse mi sbaglio. E poi ti volevo raccontare un episodio: l’anno scorso, uscendo da un istituto del Polo Bianciardi di Grosseto con in mano l’attualissimo Precario Esistenziale di Serino, ho chiesto a uno studente: “Sai chi era Bianciardi?” e lui, ridendo insieme ai compagni, ha risposto “Boh!” Ecco, io riparto da quel Boh. E ci riparto insieme al Collettivo Bianciardi, che forse non farà scampare al peggio la cultura locale, ma almeno ci prova invitando a partecipare tutti, anche te, se vuoi. Se non vuoi, invece, riparti pure dagli studi seri sul periodo medievale. E buon viaggio! (“chi c’è c’è e chi non c’è non c’è!”)

  2. Caro Mauro, ho letto e ho apprezzato tanti momenti del tuo ragionamento di cui mi piace prima di tutto lo scatto di partenza, cioè il fastidio nei confronti del rigurgito continuo di maremmanità che risulta insopprimibile, quasi un singhiozzo che sparisce per un po’ e poi si riaffaccia inesorabile. Il rifugio nel passato è l’ancora facile per marinai codardi, figuriamoci in tempi di paure collettive in cui ogni viltà individuale può trovare spazio e camuffarsi da legittima pretesa di protezione. L’arte può essere uno strumento eccellente per contrastare le derive del leghismo dilagante, ovviamente quella con la lettera rigorosamente minuscola. Del resto, l’altra è ormai tramontata definitivamente, ce lo dicono anche le più receé. Siamo quindi tranquilli. L’unico rimpianto in questo tramonto delle maiuscole è il dilagare di libri da leggere, immagini da guardare, strimpellii da ascoltare: quasi tutta roba da cancellare, se non fosse che gli autori/autrici postmoderni ridono degli scrittori, pittori, musicisti con la maiuscola, ma auspicherebbero per sé altrettanto plauso e ci condannano inesorabili, dunque, a subire il loro genio. Tornando alla tua proposta, mi piace salvo due elementi: anche io, come Adolfo, faccio un po’ di fatica a continuare a inneggiare a Bianciardi, tirato per i capelli da ogni parte, conteso a partire da casa sua e ridotto, poveretto,a cammeo per non tutte ma moltissime stagioni. Una fine ingloriosa per un intellettuale che avrebbe bisogno di un po’ di quiete, scorbutico come era (e lo era davvero, non per fare il dannato). Tanto il ragazzo che ha detto “boh” continuerà a dirlo a onta di Bianciardi 2022. Secondo elemento, che poi sta dentro il primo: evitiamo l’eretico. Dirsi eterici significa ammettere una retta via smarrita. Via dalla visione confessionale del mondo, un bagno di laicità stride con la tentazione di sentirsi dannati, ma aiuta a trovare la strada dell’autoironia. Sarebbe tanto. Un abbraccio e grazie di avermi inviato il tuo bell’articolo!

    1. Grazie mille per il tuo intervento, Lucia, lo apprezzo molto. Conosco bene le tue riflessioni su maiuscole e minuscole anche se, secondo me, ti ostini (in senso buono) a tenerle separate in campi manichei e contrapposti. Chi decide qual è il confine? Io detesto tutti i muri e tutti i confini… Su Bianciardi, come puoi intuire, la penso esattamente come Simone; fuori lo stanno valorizzando adesso, mentre a Grosseto gli eruditi locali ne hanno fatto scempio per anni (uno di loro lo definì addirittura “futurista”). Sull’eresia, invece, rivendico orgogliosamente la scelta del termine e della funzione: l’Arte (con la A maiuscola) è una vera e propria religione con Santi e Reliquie, e oggi, in epoca di rinculo reazionario e maiuscolatorio, c’è assolutamente necessità di chi si oppone direttamente, contraddittoriamente ed ereticamente a tutte le verità rivelata e assolutiste. Un abbraccio!

  3. Io continuo a pensare non solo che l’opera di Bianciardi sia un buon luogo in cui incontrarsi, intorno a cui fare comunità tra italiani (gli abitanti di quella che Matteo Di Gesù ha acutamente definito una “nazione di carta”), ma anche che la nostra città ne abbia fatto finora in vario modo scempio. Mi pare il momento – finalmente – di stare un po’ alla sua ombra, con il dovuto rispetto e con la necessaria ironia

  4. Sono molto contento di leggere queste righe. Molto meno contento però di ricordarmi che l’ultima edizione della Cittá Visibile è stata “violentata” dalla nuova amministrazione a suon di ballerine, circo del fuoco e sfilate d’auto d’epoca. Tutto imposto dal comune. E invece di combatterla subito questo revisionismo culturale palese e imposto ( con i nostri soldi) si parlò di “grande oppurtunitá di visibilitá della manifestazione”, salvo accorgermi che poi nei media si videro riportati quasi solo gli eventi del comune. Del tema del festival si parlo poco e male, del comune un gran bene. (Del comune). Quindi mi chiedo se non si arriva tardi a fare questa riflessione oppure non siamo stati in grado di proporla bene questa visione neanche prima.

    1. Andrea ti sei risposto. Io sono un dipendente di Fondazione Cultura i cui 3/5 del cda, e il cui presidente, sono espressione del nuovo governo politico della città. La Città Visibile era alla nona edizione, e con lei la visione che auspichi. E proprio per questo non penso che la mia riflessione sia tardiva, ma profetica. Aspetta e vedrai.

      1. Spero proprio di essere smentito dal futuro che per ora non è per niente roseo. I tuoni e i tumulti si sentono giá e questo può anche essere buono. Se non altro è un cambiamento. Per fortuna mia, l’arte che mi accompagna si rinnova sempre per sua natura. Sono immune dal revisionismo, come la Musica

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