Il vaso di Ai Weiwei e il monumento a Montanelli.

Il passato può essere morto, ma la storia è viva, e si costruisce nel presente.
Charlotte Lidia Riley

Nel 2012, durante una performance, l’artista cinese Ai Weiwei lasciò volutamente cadere a terra, rompendolo, un vaso autentico della Dinastia Han. Gli storici dell’arte presenti, di fronte allo scempio di un oggetto antico considerato sacro e intoccabile, reagirono con orrore e sgomento. Lo sgomento di quegli storici si riflette, oggi, negli editoriali e nelle requisitorie della quasi totalità dei commentatori che – in modo trasversale, da destra a sinistra – hanno recentemente biasimato la vandalizzazione del monumento a Montanelli: “Dove si finirà di questo passo? Si distruggerà il Colosseo? Toccherà anche alle opere di Caravaggio?”. Una tale dilagante proposta di iperbolici confronti privi di senso, troppo spesso espressione di analisi e argomentazioni basate su concetti stereotipati dell’arte e della sua conservazione, mi fa tornare in mente l’obiettivo a cui dedico, da anni, il mio lavoro didattico e divulgativo: la decostruzione di narrazioni banalizzanti (spesso “tossiche”) sulla storia dell’arte. Dal corso “D’istruzioni d’arte”, alla mostra “WAR – Women Art Revolution”, all’attenzione per l’arte relazionale e partecipativa, alla passione per la street art vista come antidoto alla retorica e anacronistica monumentalità di tanta arte pubblica, il mio impegno di storico dell’arte è stato spesso dedicato – almeno nel contesto limitato del mio uditorio locale – a cercare di fornire nuovi spunti di riflessione in grado di superare il “canone occidentale moderno” e contrastare le nostalgie identitarie legate al cosiddetto “rinculo della storia” [vedi http://www.bianciardi2022.it/2017/01/03/il-nuovo-che-ci-avanza/]

Di conseguenza, senza entrare nelle questioni etiche legate al personaggio Montanelli e quindi senza citare le tematiche più squisitamente sociologiche del colonialismo e del razzismo, colgo l’occasione per limitare la riflessione al campo specifico della storia dell’arte e a formulare la domanda chiave: perché tutte le sculture monumentali – anche le schifezze come il monumento a Montanelli – sono per noi, oggi, sacre e intoccabili come il vaso di Ai Weiwei? La risposta più sensata, per me, è questa: perché, al di là del loro valore estetico che è sempre opinabile, queste statue sono considerate “documenti storici” – direbbe Cesare Brandi usando le parole della sua celebre (e “occidentale”) Teoria del restauro – cioè non sono semplici fonti d’informazione per gli studiosi attuali ma anche strumenti che, conservati nella loro integrità, possono fornire dati ulteriori a chi, in futuro, avrà la cultura o la tecnologia per indagarli in modo diverso. Secondo me, però, il valore di documento storico può essere tutelato in un oggetto musealizzato, quindi tolto dal circuito della fruizione libera e aperta, ma non in un oggetto collocato in un contesto in perenne e veloce trasformazione, come lo spazio pubblico di un ambiente urbano. Che differenza c’è tra un’opera d’arte musealizzata e un’opera d’arte pubblica? La differenza sta in quella che Brandi chiamava “tempo-vita” dell’opera: tutte le opere vivono, e invecchiano, e cambiano. Cambiano nella percezione culturale ma soprattutto nella loro matericità. Non a caso Brandi diceva che il restauro è funzionale al “recupero” delle opere, non all’impossibile “ripristino” della loro forma originale. Mi dispiace per tutti voi, ma i dipinti di Caravaggio (a cui tenete tanto) non sono già più come erano nel Seicento, perché pigmenti e vernici ineluttabilmente invecchiano e cambiano. Nel museo le opere d’arte cambiano in modo infinitamente lento. In strada, invece, le opere d’arte cambiano in modo più veloce anche perché assolvono a una funzione diversa, non museale ma “abitativa”. Prendiamo come esempio le architetture: possiamo ripristinare perfettamente una chiesa, o una piazza, nello stato in cui era quando è stata realizzata nel passato? No, perché a prescindere dalla conservazione dei materiali, chiese e piazze sono strutture “abitate” e devono inserirsi nell’ineluttabile processo di trasformazione imposto dalle mutevoli condizioni della vita abitante. Negli edifici storici e nelle piazze antiche, se non li vogliamo mummificare (come si fa per le opere museali), devono difatti essere inseriti, solo a titolo di esempio, strumenti per l’illuminazione, per il condizionamento climatico e per la fruizione in sicurezza che siano al passo con i tempi [vedi https://www.exibart.com/exibart-studi/exibart_studi-per-una-teoria-del-restauro-dellarte-contemporanea-in-italia/]

Analogamente, secondo me, anche i monumenti scultorei sono strutture abitabili: invadono lo spazio della nostra quotidianità urbana, aggrediscono i nostri sguardi distratti e, di conseguenza, concorrono a stimolare in noi una reazione (o una non reazione) al contesto ambientale che concorrono a edificare. Come abitiamo questo tipo di monumenti? Possiamo abitarli con l’indifferenza, con l’ammirazione o con l’ostilità. Se sono stati realizzati da tanto tempo, in genere li abitiamo come si abita un luogo privo di odori riconoscibili e di ricordi personali, cioè un luogo asettico, neutro e privo di fantasmi. C’è un antico monumento romano a Nerone? Da cittadino romano (non appassionato di storia e di arte) quasi non lo vedo perché le implicazioni emozionali dirette sono praticamente assenti: che mi importa della sua malvagità e della sua cultura, ha distrutto Roma tanti secoli fa! Ma se i monumenti sono fatti da poco, e sono fatti senza una scelta partecipata e condivisa – l’unica accettabile nella progettazione dei monumenti, se proprio si devono fare – c’è il rischio che possano diventare case anguste da abitare e, oltretutto, piene di fantasmi. A questo riguardo, faccio anche io un esempio iperbolico (che volutamente mette da parte l’argomento ideologico del fascismo): se conosco e nutro affetto per un bimba stuprata, la vista di un monumento a Montanelli può risultarmi oltraggiosa e insopportabile. Perché Montanelli non è vissuto all’epoca di Nerone, ma è un nostro contemporaneo.

Questo quindi è il primo punto da approfondire, e riguarda la storia. Posso sentirmi offeso da un monumento a Montanelli solo se conosco quello che Montanelli ha detto e fatto, al di là delle pasticciate e omologate celebrazioni conformiste del “bravo giornalista”. Chi mi fa conoscere cosa ha fatto Montanelli? La storia. Per questo motivo i monumenti recenti sono luoghi scomodi da abitare, perché essi stessi “fanno storia” non essendo ancora compiutamente storicizzati, cioè non essendo edificati su fondamenta sufficientemente solide. Troppo spesso, difatti, sono edificati su una parziale e inadeguata interpretazione della storia, quella travisata e imposta dagli amministratori locali per compiacere interessi politici e parziali. I monumenti celebrativi dimostrano che la storia può essere costruita fuori dai luoghi tradizionalmente deputati alla ricerca storica. La storia, è ovvio, si può fare in tanti modi. La storia cercano di farla i politici commissionando statue e targhe, ma anche coloro che sulle statue e sulle targhe intervengono con metodi illegali ed invasivi – funzionali alla visibilità – per modificare punti di vista imposti e suggerire percorsi nuovi per esplorare il passato. Questo modo di “fare storia”, a mio avviso, è comprensibile e utile per contestare pubblicamente l’iconografia del potere. Dà voce al pubblico nello spazio pubblico, e cioè dà voce a chi non ha voce pur avendo il pieno diritto di intervenire. Il punto è stabilire con quali ragioni il gesto “vandalico” possa veicolare un messaggio che abbia il senso più compiuto del “fare storia”, e questo non vuol dire che il gesto debba essere per forza “antropologicamente pregnante” o aderente al sentire di una collettività, ma che sappia indicare una strada consapevole di dissenso. Per semplificare, non è vero – come sostengono in troppi, anche in campo progressista – che gesti come quello degli imbrattatori del monumento a Montanelli non servano o, addirittura, siano controproducenti. Servono eccome, perché “fanno storia”: d’ora in poi agli occhi di tutti la scultura di Montanelli non sarà più, o non sarà solo, la pacifica statua dedicata al “bravo giornalista”, ma un monumento brutto e controverso a un razzista. Abbattere o sporcare le statue non cambia il passato, ma cambia la storia, e risarcisce in parte le vittime perché rende visibile e osceno il torto subito. In questi casi la vera e nuova azione monumentale diventa, così, la reazione al monumento! [vedi http://www.bianciardi2022.it/2018/04/04/nel-blu-dipinto-da-blu-quando-i-vandali-aprono-il-paesaggio-e-lo-proteggono/]

Ma torniamo all’arte. L’arte, secondo me, è uno degli strumenti più efficaci per veicolare in modo compiuto il senso del “fare storia”. Molta arte, oggi, si occupa di fare storia. E lo fa veicolando emozioni e suggestioni, non concetti razionali. L’arte fa storia con un linguaggio alternativo a quello verbale, scientifico e storiografico. Pensiamo alla bellissima installazione di Boltanksy per il Museo per la Memoria di Ustica a Bologna. Pensiamo alle pietre d’inciampo di Gunter Deming, alla street art di Banksy, alle performance di Regina Josè Galindo o alle opere di Santiago Sierra.

Pensiamo alle opere di Ai Weiwei. L’artista compra un vaso autentico della Dinastia Han (206 a.C – 24 d.C.) e ci dipinge sopra il logo della Coca Cola. Fa costruire delle bare monumentali con il legno di templi antichi distrutti. La sua opera Dust to dust è fatta di contenitori di vetro dentro i quali mette polvere di vasi neolitici, sbriciolati per l’occasione. Cosa sono queste opere, la semplice provocazione di un vandalo, protetto dall’aura dell’artista, oppure qualcosa di molto più consapevole e potente, cioè un’operazione di “ready made” della storia che toglie gli oggetti dalla percezione storica comune, influenzata dall’assolutismo culturale imposto dall’Occidente, per consegnarli a una fruizione alternativa e diversa del presente? E’ lampante: Ai Weiwei costringe culture, identità e soprattutto tempi storici diversi ad accostarsi, affrontarsi, integrarsi per comporre un insieme significativo che sia più grande della somma delle sue parti. Le sue opere sono sollecitazioni intellettuali da destinare a un pubblico particolare, quello che crea il culto del passato per monetizzarlo: il pubblico dell’arte occidentale. La cultura orientale, prima dell’occidentalizzazione, ha sempre avuto una concezione ciclica del tempo e non ha mai capito il senso del restauro materiale degli oggetti, seppur “belli”, ma solo quello dei rifacimenti periodici o delle distruzioni. Tutte le dinastie reali cinesi distruggevano le tracce di quelle precedenti e anche la Rivoluzione Culturale imposta da Mao Zedong ha attuato la stessa politica di obliterazione. Ai Weiwei quindi “fa storia”, una nuova e bellissima storia alternativa. Quando nel 2019 l’università di Yale decise di sospendere il rinomato corso Introduction to Art History: Renaissance to the present, in quanto troppo improntato sull’etnocentrico “canone occidentale, prodotto di un gruppo di artisti prevalentemente bianchi, straight, europei e maschi”, le polemiche furono infinite ma ricondotte a uno stretto gruppo di intellettuali. Fare storia con l’arte pubblica, invece, ha potenzialità divulgative molto più ampie. Certo, anche le opere citate di Ai Weiwei non erano destinate al grande pubblico perché non erano opere d’arte pubblica – anche se le facciate storiche di Palazzo Strozzi a Firenze, durante la sua personale del 2017, sono pubbliche e furono “deturpate” dall’affissione di decine di gommoni che richiamavano la tragedia dei migranti – ma il messaggio implicito nella distruzione del vaso della Dinastia Han, a mio avviso, ha valore anche nel dibattito sulla statua di Montanelli, ed è questo: seguite il mio esempio, è semplice; rifiutate ogni paternalismo, ogni etichetta identitaria e dogma culturale, deturpate ogni monumento che vi impone una visione stereotipata della realtà e distruggete ogni monopolio di senso. Basta questo gesto per essere artisti. Fate arte, fate storia [vedi http://www.bianciardi2022.it/2017/01/09/leresia-del-post-artista/]

Un pensiero su “Il vaso di Ai Weiwei e il monumento a Montanelli.”

  1. Maurino,
    quando potrò permettermi di comprare un Caravaggio, te lo brucio sul portone di casa.
    Basterà per distruggere il monopolio di senso?

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