La periferia permanente di Luciano Bianciardi

di Simone Giusti
Rimasto in città, a Grosseto, per lavorare e scrivere, provo a raccontare la mia città attraverso delle storie che la riguardano. Comincio dal suo mito fondativo, assai recente, e dal suo principale narratore, Luciano Bianciardi, a cui dedicherò le prime tre storie.
La prima storia racconta di una migrazione che si svolge in uno spazio e in un tempo precisi: tra Grosseto, la Puglia e Milano, passando per Rapallo, tra il 1939 e il 1971. La seconda storia parlerà di lavoro precario, di bracciantato intellettuale nella nascente società dei servizi. La terza sarà la storia della ricerca di una identità linguistica che diventa emblema della resistenza di un individuo comunitario all’invadenza della società di massa.

Prima storia: migrazioni e luoghi

Luciano Bianciardi si muove da Grosseto, la sua città, dopo gli studi liceali, per andare a studiare alla facoltà di Lettere e Filosofia di Pisa. Siamo nel 1941 e fin qui il nostro personaggio ha percorso itinerari abituali, strade battute e in qualche modo tracciate da altri: il contesto socioculturale, la famiglia ecc.
Il pendolarismo tra Grosseto e Pisa – la sede universitaria più vicina e agevole da raggiungere col treno – è interrotto dalla chiamata alle armi nel gennaio del 1943. Finito l’addestramento, Bianciardi parte per la Puglia. Sarà a Foggia, poi in Salento, nella campagne di Copertino. Dopo l’8 settembre si aggrega a un reparto di soldati inglesi, per i quali svolge la funzione di interprete, e risale la penisola per arrivare a Forlì, in Romagna. Poi torna a casa, a Grosseto, e riprende gli studi a Pisa, dove si laurea nel 1948. Si ferma a Grosseto per mettere su famiglia. Non ha la patente ma viaggia per la provincia con il bibliobus, frequenta Ribolla e i villaggi minerari.
Poi, nel 1954, riparte. Stavolta è una partenza vera, una vera e propria migrazione. La destinazione è Milano, il nord, dove la nascente industria culturale offre all’intellettuale di provincia opportunità di lavoro fino a quel momento sconosciute. A Milano l’emigrante Bianciardi vive dieci anni, cambia molti lavori, costruisce una nuova famiglia e diventa uno scrittore di successo, e un personaggio famoso.
Nel 1964, infine, Bianciardi giunge alla sua ultima meta, sempre al nord, a Rapallo, una specie di periferia balneare di Milano, dove lo scrittore si ritira con la sua seconda famiglia pur continuando a mantenere un rapporto stretto con Milano. Negli ultimissimi anni di vita, poi (Bianciardi muore nel novembre del 1971), il tentativo di tornare a Grosseto, poi il rientro definitivo a Milano. Dal sud al nord, dalla provincia al centro, e poi, quando il centro è diventato caotico e insopportabile, di nuovo in provincia, verso la periferia. Questo è il viaggio di cui Bianciardi è testimone.
Soprattutto, mi interessa vedere come Bianciardi abbia instaurato con i suoi luoghi un rapporto che definirei “mitologico”. Al di là delle intenzioni di Bianciardi, infatti, oggi è difficile per i suoi lettori prescindere dal valore mitico assunto da alcune sue invenzioni letterarie relative alle città e al loro rapporto con lo spazio circostante.
Cominciamo dall’invenzione di Kansas City: un “centro” meticcio, emblema di modernità, progresso, apertura, sperimentalismo sociale e lavoro culturale. Corrisponde al periodo esistenziale e letterario 1948-(1954)1957. La sua nascita coincide con l’uscita del libro Il lavoro culturale, pubblicato in prima edizione nel 1957 e in II ed. nel 1964, dall’editore Feltrinelli. Tra le due edizioni del libro possiamo incorniciare l’inizio e la fine del miracolo economico, che gli storici datano 1958-1963.
Bianciardi, che aveva pubblicato l’anno precedente un’inchiesta scritta a quattro mani con Carlo Cassola: I minatori della Maremma (Laterza), e che ha alle spalle un’attività pubblicistica esercitata su testate locali e nazionali, esordisce con questo breve romanzo interamente dedicato alla narrazione al lavoro culturale in una città che definiremmo di provincia: Grosseto. La città, trasfigurata in una italiana “Kansas City”, è di fatto lo scenario e la protagonista del libro. Una città moderna ed evoluta, “una città di sterrati, di spazi aperti, al vento e ai forestieri”. Una città “tutta periferia” e, questo è l’importante, in grado di essere “centrale” proprio grazie alla sua perifericità: laddove periferia diventa sinonimo di “esperimento” e di “progresso” e dove il paesaggio diventa il correlativo oggettivo di una cultura, di una visione del mondo:

Noi ordinavamo bicchierini di grappa e si restava lì un paio d’ore, a sorseggiarla, a guardare i camionisti, a parlare di letteratura. Letteratura americana, naturalmente; e veniva sempre il momento in cui il nostro ospite osservava che quell’angolo di provincia, così, con la sua campagna a ridosso e la grande strada della capitale, e i camionisti, un posticino così, tranquillo, bene illuminato, pareva proprio uscito da una pagina di Hemingway. O di Saroyan.
La provincia doveva essere un po’ tutta così, fosse America o Russia, o la nostra città. La provincia, culturalmente, era la novità, l’avventura da tentare. Uno scrittore dovrebbe vivere in provincia, dicevamo: e non solo perché qui è più facile lavorare, perché c’è più calma e più tempo, ma anche perché la provincia è un campo d’osservazione di prim’ordine. I fenomeni sociali, umani e di costume, che altrove sono dispersi, lontani, spesso alterati, indecifrabili, qui li hai sottomano, compatti, vicini, esatti, reali. (…)
(…) Nella nostra provincia si poteva ricominciare tutto daccapo, e in Italia, in quanto a cultura (ma anche per il resto) c’era proprio un gran bisogno di ricominciare tutto daccapo.

La provincia sarebbe il nuovo “centro” della produzione culturale, mentre Roma, la capitale, è definita una “città parassitaria”, e Milano è la città dei “quartari”, gli intellettuali-funzionari dell’industria culturale, esperti di relazioni umane, tecnici della pubblicità che non riescono a esercitare una presa sulla realtà, a incontrare il popolo, a interagire.
Il mito di Grosseto-Kansas City (la cui storia è ricostruita da Velio Abati nel libro La nascita dei “Minatori della Maremma”) nasce nel 1948, nell’articolo di Carlo Cassola intitolato Grosseto come Kansas City, (“Il mattino dell’Italia centrale”) dove si attribuisce a un militare americano il paragone tra le due città. Grosseto, scrive Cassola, è percepita dai suoi abitanti e dai viaggiatori come una “città dell’avvenire”, “terra di conquista”, “eldorado”. La stessa storia è raccontata nell’articolo di Cassola sul “Mondo” intitolato Una Maremma verde (agosto 1951), dove si introduce il paragone ancora più ardito tra la Maremma e il West, tra la bonifica e la conquista del West.
Ma Kansas City è destinata a perdere la sua centralità e a trasfigurarsi in un luogo della nostalgia, per lasciare il posto a Milano, nuovo centro della produzione culturale dell’età industriale.
Nel luglio del 1959 Bianciardi scrive il secondo libro, L’integrazione, pubblicato da Bompiani nel 1960. Grosseto non è più chiamata Kansas City e non è mai nominata neppure col suo vero nome, ma due cose sono evidenti: la città è fondamentale alla storia narrata, che di fatto è il proseguimento del Lavoro culturale; la città ha già perduto il suo carattere moderno e “sperimentale” per diventare, a contrasto con la grande città in cui i due protagonisti “emigrano”, Milano (anch’essa mai nominata), il luogo della nostalgia in cui fare ritorno. Ora è Milano la città “nuova, grande, importante”, una città che è “tutto un cantiere”: “un posto duro, cattivo, teso, assillato: tanta gente che corre, che si dibatte, che ti ignora, che deve arrivare”.
Con l’Integrazione siamo dentro il racconto del miracolo economico. Milano è ora il centro, e la provincia ha cessato di essere avanguardia. Nel 1964, a conclusione del miracolo, Bianciardi scriverà una postfazione alla II ed. del Lavoro culturale, Addio a Kansas City che è a un tempo saluto personale ad una comunità oramai abbandonata e saluto di un mito che non ha più ragione di esistere. Perché ora la provincia italiana è la brutta copia della grande città e Kansas City ha fermato la sua crescita per “valorizzare la costa”… E perché ora, come si può leggere in uno straordinario passo della Vita agra, la Kansas City del Lavoro culturale è diventata un incubo in una lingua sconosciuta, il simbolo della perdita di identità e di memoria dovuto al lavoro di traduzione, che porta il personaggio-autore a sognare in lingue sconosciute e a trasfigurare i ricordi, a confonderli con quelli delle centinaia di libri tradotti.

Certe notti, quando non riesco a prendere sonno, mi sfilano in processione dinanzi agli occhi Salvatore Giuliano e le donne artificialmente feconde, il colonnello Maverick e il generale Sirtori, Ciascuno recando una sua parola sorda e irridente, Virginia Oldoini, Carl Solomon, Gad Dov Ygal, la testa mozza del povero Languille, Beverly ragazza di vita, Nikita Krusciov… Sidi-bel-Abbès, l’Ondulata Otto, Jack Andrus, l’Astronomo Reale, i Cappellani, le Corone e i Giovani Turchi armati di pistole zip, mille idee per aumentare le vendite e Leonardo da Vinci detective ad Amboise.
Ciascuno di costoro m’ha portato via un pezzo di fegato, e tutti insieme mi hanno dannato l’anima, mi hanno stravolto persino l’infanzia. Quando non riesco a prendere sonno, penso alle mie vacanze, bambino, su a Steetrock, o nei prati intorno a Plaincastle, a St. Flower, ad Archback, a Chestnutplain. Ripenso ai lunghi viaggi sulle strade verso Download, Hazely, Copperhill, Meadows, Bouldershill, Gaspings, e poi il ritorno, dalla parte del camposanto di Scrub, nella grande pianura open to the winds and to the strangers. Then from everywhere crowds had rushed to this newly-found Mecca: black dealers from the South, carryng suitcases filled with oil, speculators from the Nords […].

Ecco il risultato del “lavoro di sterro”, degli oltre ottanta libri tradotti in pochi anni, senza avere “il tempo di assimilare”, come egli dice ancora nella Vita agra. In questo brano lo scrittore prima traspone la propria infanzia in un luogo alieno, invadente, poi ritorna a casa propria, nella originaria Kansas City (ovvero a Grosseto), “la città tutta periferia, aperta, aperta ai venti ed ai forestieri, fatta di gente di tutti i paesi” raccontata nel Lavoro culturale (1957), che viene tuttavia trasfigurata in quella lingua straniera che lo ossessiona: “Then from everywhere crowds had rushed to this newly-found Mecca…”, “Da ogni dove, allora, erano accorse folle di gente a quella nuovissima mecca: mercanti neri dal meridione, carichi di valigie d’olio, affaristi del nord…”. Anche la provincia, il luogo natìo a cui era affidato proprio quel sogno di progresso e di sviluppo tanto avversato in seguito («Noi andavamo spesso a vedere crescere la nostra città, a vederla avanzare vittoriosa dentro la campagna, a conquistare altro terreno. Si muoveva, si muoveva sensibilmente, a vista d’occhio, la nostra città; […]. Noi eravamo entusiasti di questa marcia vittoriosa, ed ogni sera ne parlavamo come di un fenomeno assoluto ed eccezionale»), viene coinvolta in questa terribile rivisitazione dell’identità che comporta la pratica quotidiana della traduzione.
Il problema, per così dire, è che il miracolo è successo nonostante il nostro scrittore, Luciano Bianciardi, il quale fa dire all’io narrante della Vita agra: “Quassù io non ero venuto per far crescere le medie e i bisogni” (scritta nell’inverno del 61-62 e pubblicata nel settembre 1962).
Eppure, Bianciardi è condannato a essere testimone privilegiato del miracolo, usato ancora oggi dagli storici e dai narratori per essere quella Milano.
Così, dopo aver inventato Kansas City, con La vita agra Bianciardi inventa, suo malgrado, Milano, la città del biscione visconteo (e ora non solo) e del giaguaro Feltrinelli, il centro di quel “miracolo all’italiana” che dalla Rai di Viale Sempione riuscirà a “contaminare” tutta l’Italia. Milano con la Vita agra diventa la città in cui si arriva, il punto di approdo, la città dei migranti. Solo che ora, nel 1962, non si arriva più, come era ancora nell’Integrazione, per illudersi di portare avanti un progetto culturale. Si arriva animati da spirito di vendetta: Milano è il centro che ha distrutto la periferia, le sue potenzialità, le sue promesse. E quindi deve essere colpita nei suoi simboli. Il palazzo della Montecatini prima (nella Vita agra), le banche e poi, nell’ultimo romanzo (Aprire il fuoco, del 1969) la sede Rai di corso Sempione.

Seconda storia: il bracciantato intellettuale

«D’altronde succedeva spesso, incontrando qualche amico, che questi mi chiedesse: “di che cosa ti occupi? Che cosa studi? Che cosa stai scrivendo?” Oppure: “Ma perché ti sei ridotto così?”. Io avevo difficoltà a spiegarlo, e scantonavo sempre (qualche volta, in verità, mi aiutavo con un riferimento a La vita agra di Luciano Bianciardi)». Così scrive Guido Viale nel suo autobiografico A casa, una storia importante (L’Ancora del Mediterraneo, 2001) laddove tenta di illustrare ai lettori una fase precaria, flessibile, ovvero bastarda della sua vita. In quel periodo il personaggio Viale sta facendo il traduttore a cottimo, è un lavoratore di nuova generazione, a metà strada tra il bracciante e il libero professionista, coi difetti dell’uno e dell’altro, e manca di una precisa definizione, di un’etichetta, di una identità.
Bianciardi è stato forse il primo scrittore italiano a perder tempo intorno alla questione. Con zelo e precisione si è documentato, ha studiato, ha tradotto libri come Mille modi per aumentare le vendite o L’arte di sviluppare la propria personalità scoprendo ed utilizzando il proprio segreto potere emotivo, ha sperimentato soluzioni di vita nuove per l’intellettuale italiano, massificato anch’egli, bracciante tra i braccianti e non più professore o direttore. Poi, solo dopo aver provato l’effetto di una tale rivoluzione, solo dopo averne osservato sintomi e risultati, si è messo a raccontare il cosiddetto ‘miracolo italiano’ e a ragionare sulle sue origini e conseguenze.
Luciano Bianciardi trascorreva i mesi a tradurre, lassù a Milano, dal 1954 al 1964, dove si era trasferito da Grosseto per partecipare alle fasi iniziali dell’impresa editoriale di Giangiacomo Feltrinelli, e poi a Rapallo, fino al 1970, infine di nuovo a Milano, fino alla morte, sopravvenuta l’anno successivo. La domenica, solo la domenica e durante le rarissime vacanze, trovava il tempo per raccontare la propria vita quotidiana, per lo più ingombrata dalle migliaia e migliaia di parole altrui da tradurre al solo scopo di sopravvivere fino alla fine del mese, fino al libro successivo.
Si legge nella Vita agra:

Uno dei miei punti di forza – lo ripetevo sempre ad Anna – doveva essere la puntualità nelle consegne. Altro punto, non rifiutare mai nessun lavoro. Il lavoro e la salute sono sempre i benvenuti, e chi li disprezza e li guasta è un mentecatto. Terzo punto, non andare mai a letto prima di aver finito un certo numero di cartelle a macchina. Venti cartelle ogni giorno, compresa la domenica. Venti cartelle di duemila battute. Tutti i giorni, perché poi bisogna calcolarci anche il tempo per rileggere, tre o quattro giorni al mese in tutto, e un giorno va perduto per fare il giro delle consegne, alla fine del mese.
Sono perciò venticinque giorni a cartelle piene, cinquecento cartelle mensili complessive, che a quattrocento lire l’una danno duecentomila lire mensili. Sessanta vanno a Mara, trenta al padrone di casa, dieci fra luce gas e telefono (e d’inverno anche di più, perché bisogna tenere acceso anche tutto il giorno, mentre d’estate si consuma meno luce, ma bisogna lavarsi più spesso, e allora quello che hai risparmiato di lampadine ti va per lo scaldabagno), venti di rate fra mobili vestiti e libri (si potrebbe anche non leggere, ma i vocabolari li devi comprare), quindici fra sigarette, caffè, giornali e qualche cinema, cinque fra pane e latte, e ti restano sessantamila mensili per il companatico e gli imprevisti.

Il compendio è dei più efficaci, e i tre ‘punti di forza’ rendono perfettamente conto del ruolo fondamentale e ingombrante delle ‘pubbliche relazioni’ che il lavoratore a cottimo – altrimenti detto, con eufemismi pseudo-nobilitanti, ‘collaboratore’ o ‘libero professionista’ – deve intrattenere con gli editori e con gli uomini dell’apparato amministrativo. A queste relazioni, ai rapporti di lavoro con gli editori ma soprattutto con gli addetti al tafanamento (parola di origine toscana usata da Collodi in Pinocchio per designare coloro che danno fastidio come i tafani), al soldo degli editori per rendere insopportabile la vita dei lavoratori, alle segretariette secche, ai revisori, ai redattori – e con loro a sé stesso, autoironicamente – e, più in generale, a tutte le nascenti professioni quartarie, verso le quali esercita fin da un articolo del 1959 la sua satira autolesionista, Bianciardi dedica le pagine più divertenti e amare dell’Integrazione e della Vita agra. Quartari sono il pubblicitario («costui non produce, non trasforma, non scambia, ma stimola, aiuta, consiglia»), l’industrial designer («che fa pronubo alle nozze fra industria ed arte»), il public relation man (il quale «teorizza invece le strette di mano e le pacche sulle spalle»), il tecnico dell’imballaggio, l’arredatore, il vetrinista, il grafico, il ricercatore di mercato e addirittura il ricercatore motivazionale: «Come tutte le professioni, anche queste di tipo quartario sono difficili: bisogna imparare il gergo, farsi credere indispensabili e trovare qualcuno che lo creda. La fatica pare che non sia poca».
Quartario è anche il traduttore, aggiungiamo noi, in quanto addetto dell’industria culturale, costretto anch’egli ad imparare il gergo degli iniziati, a sottoporsi alle regole rigide dell’editing e soprattutto a dimostrare costantemente di essere un ingranaggio necessario al funzionamento della macchina, insostituibile. Scrive Bianciardi sul «Contemporaneo», nel 1955:

Perché qui le acque si mischiano e si confondono. L’intellettuale diventa un pezzo dell’apparato burocratico commerciale, diventa un ragioniere.
Fate il conto di quanti scrittori, giornalisti, pittori, fotografi, lavorano per la pubblicità di qualcosa. Quella pubblicità, guardate bene, che insegna che si ha successo nella vita, e negli affari, usando quel lucido da scarpe e quel rasoio elettrico, comparendo bene, presentandosi bene. Appunto perché questa non è la Milano che produce, ma quella che vende e baratta, e in questa società si vende e si baratta proprio presentandosi col volto ben rasato, le scarpe lucide…

E il concetto è ribadito nei romanzi, nel Lavoro culturale:

E Milano? Milano era lontana, su, oltre il Po, vicino alla Svizzera, una città di fabbriche, di grandi imprese, di traffici. Gli intellettuali lassù sparivano dietro a un grosso nome, e diventavano funzionari di un’industria, tecnici della pubblicità, delle human relations, dell’editoria, del giornalismo. Cessavano di esistere come clan, come corporazione, come grande famiglia; non erano più il sale della terra, i cani da guardia della società, i pionieri dell’avvenire, gli ingegneri dell’anima.

E poi, nella Vita agra:

Ma il fatto è che il contadino appartiene alle attività primarie, e l’operaio alle secondarie. L’uno produce dal nulla, l’altro trasforma una cosa in un’altra. Il metro di valutazione, per l’operaio e per il contadino, è facile, quantitativo: se la fabbrica sforna tanti pezzi all’ora, se il podere rende.
Nei nostri mestieri è diverso, non ci sono metri di valutazione quantitativa. Come si misura la bravura di un prete, di un pubblicitario, di un PRM? Costoro non producono nulla, né trasformano. Non sono né primari né secondari. Terziari sono e anzi oserei dire, sei il marito della Billa non si oppone, addirittura quartari. Non sono strumenti di produzione, e nemmeno cinghie di trasmissione. Sono lubrificante, al massimo, sono vaselina pura.
[…] non abbiamo altro metro se non la capacità di ciascuno di restare a galla, e di salire più su […].
Il metodo del successo consiste in larga misura nel sollevamento della polvere. È come certe ali al gioco del calcio, in serie C, che ai margini del campo, vicino alla bandierina, dribblano se medesimi sei, sette volte, e mandano in visibilio il pubblico sprovveduto. Il gol non viene, ma intanto l’ala ha svolto, come suol dirsi, larga mole di lavoro.

Passando ad una pagina di Aprire il fuoco, del 1969, quando ormai la satira antiintellettuali e antiquartari si è definitivamente esaurita ed è perduto ogni interesse a raccontare le miserie degli addetti alla cultura, si veda come il protagonista, un traduttore ovviamente, esule volontario a Rapallo ma costretto a raggiungere Milano per consegnare e ritirare i lavori, sia angosciato da quei pochi rapporti di lavoro al punto di liquidarli in poche battute:

Perciò io faccio soltanto le visite indispensabili al mio quotidiano campare, al mio lesso striminzito e stopposo che mastico amaramente ogni giorno. Ho la valigia piena del mio diuturno battonaggio, carte su carte di ribaltatura […]. È roba che pesa, dentro la valigia, e non soltanto per la massa delle sudate carte, ma anche perché c’è dentro l’alienazione quotidiana, la frustrazione, il passaporto per Mombello, l’abbelinamento, l’imbischirimento, la rimozione, il transfert, il campo traslatorio, la sindrome, la nausea mediana, l’appercezione deviata, la deformazione professionale, la minchioneria altrui che m’imminchiona. Arrivo di soppiatto, mollo il malloppo, chiedo la grana. Pochi, maledetti e subito. Niente firme, sono pericolose. Se firmo, c’è pronto il duca Delabarbona a metterci l’ugna sopra.

Trascorrendo il tempo, peggiorando progressivamente e cronicizzandosi l’isolamento e il disincanto bianciardiani, i colleghi, i superiori, i creditori, insomma l’articolata fauna che era abituato, fin dai tempi grossetani, a ritrarre in divertenti e penetranti figurine, scompare per lasciare spazio agli eroi della sua epopea risorgimentale e a pochi contemporanei, flatus voci, puri nomi appena evocati. Il traduttore non è più un quartario impiegato nell’industria culturale e tende a divenire un manovale, un lavoratore manuale a cottimo, saldamente inserito nel sistema, conosciuto come buon lavoratore e disinteressato a quei rapporti che tanto valore hanno nel momento dell’inserimento nel cosiddetto mondo del lavoro o, successivamente, per fare carriera.
«Terzo punto, non andare mai a letto prima di aver finito un certo numero di cartelle a macchina». Abbiamo detto della capacità di lavorare duramente di Bianciardi, alla quale fanno seguito una lunga serie di disagi, fatiche, e incubi a non finire, che contribuiscono a rendere questo mestiere più da manovale che da artigiano:

… si è detto finora di lavoro artigianale, e va invece ricordato che tradurre è oltretutto una fatica fisica e psicologica da sterratore. E senza neanche i motor scrapers del mio giovane amico ingegnere. I ‘movimenti di terra’ il traduttore li fa con la vanga e la barella, come i terrazzieri delle mie parti quando lavorano al fossone. La barella è una targa di legno con quattro manichi; quando è carica di mota, un quintale, un quintale e mezzo, uno alza davanti e uno didietro, e poi van su a scaricare in cima all’argine.

Ed è proprio quest’ultimo aspetto quello – quello di un Bianciardi “oggetto della modernità” (Coppola-Piccinini) – che sembra suscitare ancora oggi l’interesse dei nostri contemporanei, che scrivono biografie (Corrias, Vita agra di un anarchico, ma anche John Foot, Biografia di Milano), film (Addio a Kansas City, Bianciardi!), romanzi (Milano, la città di nessuno di Alessandro Zaccuri e Come ho perso la guerra di Filippo Bologna). È il personaggio-scrittore che vive in presa diretta, che, da un certo punto in avanti, all’incirca dal 1962-1963, vive davanti alla macchina da scrivere e, di tanto in tanto, nei salotti e negli studi televisivi. Un uomo vero (come Truman Burbank) divenuto personaggio quasi suo malgrado. Con grande giovamento della letteratura, a costo della sua stessa vita.

Terza storia: la ricerca dell’identità

Nel secondo capitolo della Vita agra, il personaggio-narratore, quasi si fosse sorpreso a imitare lo stile, il ritmo e il flusso narrativo di Jack Kerouac, interrompe il racconto per intraprendere una digressione autoriflessiva e ironicamente programmatica sulla propria scrittura: «Non fu così, ma così avrei potuto pensare e scrivere, dieci anni or sono la serata in casa del pittore con Ettorino e Carlone. L’avrei pensata e l’avrei scritta come un bitinicco arrabbiato, dieci anni or sono, quando il signor Jacques Querouaques forse non aveva imparato neanche a tirarsi su i calzoni. L’avrei fatto, ma mi mancò il tempo e mi mancarono i mezzi». Ed è significativo che da Kerouac si trascorra a Carlo Emilio Gadda (come ha notato Maria Antonietta Grignani), del quale è ricalcato il famosissimo Tendo al mio fine: «Sarò il poeta del bene e della virtù, e il famiglio dell’ideale: ma farò sentirvi grugnire il porco nel braco: messi il grifo e le zampe dentro e sotto il cumulo della gianda, dirà la sua cupida e sensual fame con le vèntole balbe degli orecchi e immane gaudio di tutto il cilindro del corpo. […] Lodarò l’ingegnoso ingegnere… Coglierò ghirlande di rose… e farò veder su nave grandissimi commodori e armirati, e corbe di broccoli: e tutto saravvi: pomposi fùnebri, orazioni bellissime, atti inimitabili, suspir, lacrime, intenerimenti e indurimenti alterni». Gli fa eco Bianciardi, «Datemi il tempo, datemi i mezzi, ed io farò questo e altro. | Costruirò la mia storia a vari livelli di tempi, di tempo voglio dire sia cronologico che sintattico. | Farò squillare come ottoni gli aoristi, zampognare come fagotti gli imperfetti, pagine e pagine di avoivoevo da far scendere il latte alle ginocchia… | Vi mostrerò il muso della tinca…».
Il passo si conclude con un invito al pastiche che coinvolge la linea nobile dell’espressionismo europeo (Burchiello, Rabelais), contaminata dalle voci moderne di Lorenzo Viani e di Henry Miller: «evocando in un sol periodo il Burchiello e Rabelais, il Molinari Enrico da New York e il lamento del Travale – guata guata male no mangiai ma mezo pane – Amarilli Etrusca e zio Lorenzo di Viareggio». Così Bianciardi intende collocarsi nel filone dello sperimentalismo espressionista, sciorinando una coscienza iperletteraria che sembra voglia neutralizzare almeno in parte il forte biografismo, le ‘confessioni’ che gradualmente andranno a occupare la maggior parte del libro. E mettendo in evidenza una forte tensione dell’autore verso la ricerca di una lingua capace di rendere conto in modo esatto e appropriato del disastro esistenziale di cui è protagonista. Un disastro al quale è sempre più difficile dare un senso.
Nella pagina conclusiva di Aprire il fuoco – culmine ed epilogo sia della quadrilogia autobiografica composta da Il lavoro culturale, L’integrazione, La vita agra e Aprire il fuoco, appunto, sia della serie dei romanzi risorgimentali – il protagonista-testimone della narrazione è descritto nel suo arroccamento fisico e mentale, chiuso all’esterno, ripiegato su sé stesso. Il vecchio fucile nascosto è pronto a essere usato contro l’eventuale nemico, con la consapevolezza che intanto, nell’attesa, è necessario «tenersi in forma», «Impugnando due dizionari della lingua italiana, il Palazzi con la destra, il Salinari con la sinistra. Vocabolario, per la precisione, della lingua parlata in Italia»: ultimo baluardo da opporre al disfacimento di ogni norma di convivenza (e qui è evidente l’utilità del fucile) ed all’ormai totale perdita d’identità. Calcando le orme del Tommaseo – ma con un orecchio al problema manzoniano dell’uso e della frammentazione linguistica: «Per nostra sventura, lo stato dell’Italia divisa in frammenti, la pigrizia e l’ignoranza quasi generale hanno posta tanta distanza tra la lingua parlata e la scritta» – già nella Vita agra Bianciardi aveva scritto:

Tradurre, comunemente si dice oggi. Ma nel Trecento dicevansi volgarizzare, perché la voce tradurre sapeva troppo di latino, e allora scansavansi i latinismi, come poi li cercarono nel Quattrocento, e taluni li cercano ancor oggi; sì perché que’ buoni traduttori facevano le cose per farle, e trasportando da lingue ignote il pensiero in lingua nota, intendevano renderle intellegibili a’ più.
Ma adesso le più delle traduzioni non si potrebbe, se non per ironia, nominare volgarizzamenti, dacché recando da lingua foresta, che per sé è chiarissima e popolare, in linguaggio mezzo morto, che non è di popolo alcuno; e la loro traduzione avrebbe bisogno di un nuovo volgarizzamento.

Se l’identità di un popolo coincide con la sua lingua, allora, la traduzione deve essere necessariamente un volgarizzamento, così che ogni atto traduttorio diventi uno strumento di salvezza collettivo (salvando la lingua viva dal dilagare delle lingue ‘mezze morte’ e dalla sua sclerotizzazione) e individuale, ultima possibile difesa dell’intelligenza e della memoria dalla presenza invasiva delle parole altrui.
La lingua dunque, in virtù della sua memoria, della sua presenza storica, è portatrice allo stesso tempo del delirio causato dalla confusione delle lingue (inglese e italiano soprattutto) e della salvezza. Perché se le parole altrui attaccano e mettono in discussione la memoria e in definitiva l’identità del traduttore, le stesse parole ribaltate nella propria lingua vanno a costituire un’identità nuova, rafforzata. Addirittura, superato un certo limite, il possesso di queste parole diviene l’unica identità possibile, nel rispetto dell’unica condizione che esse appartengano – e qui torniamo con la mente ai passi succitati – alla lingua viva del popolo.
Soffermiamoci sulla memoria. La Vita agra principia con una pagina erudita sull’etimologia della parola «braida», emblematico pretesto narrativo utile a richiamare l’attenzione sull’identità del personaggio-autore e sulla storicità della lingua, sulle stratificazioni del testo (letterario e non). Alla singola parola, radicata nella memoria storica e individuale, piuttosto che alla sintassi, appiattita in un paratattico presente dove tutto sembra progressivamente sfuggire alla struttura e al ragionamento, spetta il compito di preservare le ultime tracce dell’identità. Il protagonista di Aprire il fuoco è soggetto a momentanei disturbi, interferenze che interrompono e impediscono il regolare svolgersi d’un ragionamento, al quale si sostituisce il fluire insensato di frasi in rima. Ai rapporti sintagmatici tra le parole si sostituiscono gli associativi – come negli elenchi di sinonimi, sempre più frequenti nell’ultimo romanzo –, sull’articolazione sintattica domina la staticità della parola, sempre più impedita nel raccontare ma capace di significare allegoricamente lo scacco del senso e il suo riscatto utopistico nella resistenza della memoria (ancora: individuale e collettiva, d’una collettività che si riconosce in una lingua).
In Bianciardi questo solo può essere lo scopo del tradurre, se vogliamo trovarne uno che vada oltre la mera necessità di soldi: salvare la propria identità. Non trapela mai, infatti, in lui che pur aveva studiato il pragmatismo americano (la tesi su Dewey), praticato il lavoro culturale in provincia da insegnante e da direttore della biblioteca, conosciuto la moderna industria culturale, un progetto culturale qualsiasi. Non c’è nessuno spiraglio aperto verso l’esterno e il traduttore non è mai per Bianciardi un mediatore di cultura, ma, di volta in volta, un artigiano, uno sterratore, un pierre e, in definitiva, un ‘lavoratore non culturale’. Non ci sono progetti editoriali o politici in cui credere, né ambizioni personali che vanno oltre la resa linguistica – in una lingua viva – del testo trattato. Tradurre diventa così un fatto puramente individuale, la cui riuscita si misura su criteri di giudizio altrettanto individuali («non abbiamo altro metro se non la capacità di ciascuno di restare a galla, e di salire più su»), e la lingua parlata in Italia diventa, polemicamente e necessariamente, il toscano. Non per niente Bianciardi afferma di aver voltato Miller in lingua toscana; oppure si diverte a insistere, ancora in Aprire il fuoco, sull’errore dei milanesi che chiamano «colazione» quello che per lui è il «desinare», il pranzo; o ancora protesta contro i liguri, perché «si dice pallaio, non tempo, come dicono qui. L’ammontare della somma marcata dall’apposito apparecchio contenitore si chiama pallaio». Questi non sono che i segnali esteriori di un atteggiamento mentale e linguistico che va sempre più affermandosi nella narrativa (soprattutto dopo il pastiche della Battaglia soda del 1964) ma anche nelle traduzioni, e che coincide, in Bianciardi, col recupero di quel ‘fiorentino’ contro cui protestava l’editor che revisionò e rifiutò il suo primo testo (episodio raccontato nella Vita agra), ma che egli farà gradualmente affiorare, prima nella patina linguistica, poi fino nel lessico e nei costrutti.
Prendiamo due testi in cui prevale il linguaggio parlato: I sotterranei di Kerouac (Feltrinelli 1960) e Il tropico del cancro di Miller (Feltrinelli 1962). Qui tutto sembra tendere al toscano, a partire dai frequenti troncamenti, coscientemente usati allo scopo di render fluente la frase, accordarla al respiro: «Gli uomini son così buffi, cercano l’essenza, e la donna è l’essenza, ce l’hanno lì tra le mani, ma loro scappan via a metter su grosse costruzioni astratte» (S 48), «Io son uno che s’era perduto» (TdC 237); al costrutto toscano ‘si va’ per ‘andiamo’: «si va, si comprano arance, ci si carica di pane… si torna a casa… si fa all’amore» (S 79); all’uso di forme anche desuete quali «giuochi» e «ignuda», «palagio», «guatano» (guatare); fino ad una spiccata attitudine per i diminutivi in -ino («capino», ma anche «camiciole», «vestitucci»), l’adozione di parole dialettali come «bercione» (S 76), la forma pleonastica «e poi la ando a finire» (S 48). Infine l’uso di «bimbo» per «baby», secondo la lezione del livornese. È una toscanità che non è di origine purista né iperletteraria, nonostante gli ammicchi e i rimandi all’erudizione cruscante (o forse proprio in virtù di essi), ma è principalmente polemica: antimilanese, antiindustriale e antimoderna, antiquartaria dunque. E si può anche considerarla, questa sì, progettuale, costituendo essa la parte essenziale del processo di ricostituzione della memoria storica e individuale iniziato coi romanzi risorgimentali e mai condotto a termine.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *