Santiago Sierra. Una persona.

Questo testo, accompagnato dal video di Los Penetrados, è stato letto durante il Telebianciardi di lunedì 4 marzo 2019, nella rubrica “Radio Londra – Proposte di letture e di ascolto per migliorare la ventilazione della città”

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Santiago Sierra è un artista spagnolo che vive in Messico.

I suoi lavori – per la maggior parte performances – suscitano sempre infinite polemiche. E’ stato accusato di sfruttamento per aver invitato (pagandole) persone che vivono ai margini della società, senza soldi, famiglia e identità sociale, a prendere parte ad azioni provocatorie e degradanti come farsi tatuare una linea sulla schiena, rinchiudersi per ore in scatoloni o nel bagagliaio di un’auto, pulire le scarpe dei visitatori di una mostra senza il loro consenso, farsi sodomizzare in pubblico.

Santiago Sierra non è un’artista, è una persona. È stato premiato con il Premio Nazionale delle Arti Plastiche di Spagna nel 2010, che ha rifiutato. Ecco come risponde alle domande di Mario Rossi in una intervista di qualche anno fa.

I tuoi lavori tendono a criticare sia il sistema dell’arte che il sistema sociale.

Io non critico. La critica implica il problema di supporre, in chi la formula, una posizione senza macchia o ipocrita.

Le distanze tra le classi si sono allargate, a livello globale, a favore dei fortunati che possiedono redditi buoni e sono questi, e non altri, gli acquirenti dei miei lavori. Quindi non mi vedo a dare lezioni a chicchessia. Il mio benessere dipende dalla forza di un determinato gruppo sociale e di conseguenza dalla debolezza di molti, per cui si dovrebbe parlare di complicità piuttosto che di critica. Ogni artista conosce questo gioco e sa a chi sta arredando la casa.

La forza del mio lavoro è che non ha morale, non arriva a nessun risultato e obbliga lo spettatore ad assumere una sua posizione, senza modelli. Lo spettatore del mondo dell’arte mainstream si rivolge all’arte cercando di essere impegnato e cool allo stesso tempo: cerca modelli. Nelle mie opere si parla di lui, non di me, e non mi interessa se qualcuno mi giudica ‘critico’ e qualcun altro ‘cinico sfruttatore’. Semplicemente non sta parlando di me.

160 cm Line Tattooed on 4 People El Gallo Arte Contemporáneo. Salamanca, Spain. December 2000 2000 Santiago Sierra born 1966 Presented by the Latin American Acquisitions Committee, with funds provided by the American Fund for the Tate Gallery 2004 http://www.tate.org.uk/art/work/T11852

Uno degli aspetti fondamentali del tuo lavoro è l’indagine sul sistema dei rapporti economici: pagare persone per prestazioni inutili e antieconomiche. Che cosa ti interessa manifestare: le condizioni deprivate in cui vive una parte della popolazione mondiale, il cinismo della legge che consente di compiere azioni disturbanti per la psicologia individuale, o cosa altro?

L’arte non è il luogo dove si compiono queste indagini, ma dove si mettono in campo azioni con intenzioni decorative, simboliche o speculative. L’artista produce oggetti di lusso e le opere d’arte non arrivano nei musei per magia. Le prestazioni antieconomiche di cui parli (come farsi tatuare una linea sulla schiena) non sono inutili, sono necessarie a portare ed esibire l’opera nel museo – o nelle case di coloro che consumano arte, che peraltro sono gli stessi che offrono posti di lavoro – esattamente come le prestazioni dei trasportatori di opere d’arte e dei custodi. Io uso manodopera a basso costo esattamente come McDonald’s, Nike o il partito comunista cinese.

Alcuni pensano che il fine dell’arte sia la rivoluzione. In Messico, uno dei SITAC (Simposio Internazionale di Teoria dell’Arte Contemporanea) è sostenuto dal roboante motto di “resistenza”. Dovevi vedere come noi “artisti” eravamo resistenti ad andarcene dalla lussuosa festa dell’industriale che ci aveva invitato! La storica resistenza al fascismo merita rispetto e non va confusa con le velleità di chi pensa di sputare nel piatto in cui mangia.

Non c’è nessun elemento obiettivo che colleghi l’arte contemporanea (almeno quella che produce beni di lusso) a una lotta contro il sistema. Non capisco cosa c’è di così diabolico nell’accettare che l’arte possa raccontare ciò che succede senza bisogno di affermare un impegno militante.

Per evitare l’inganno di voler cambiare il mondo, devo continuare a sviluppare strategie che mi consentano di parlare forte e chiaro, senza sofisticazioni.

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Cosa ti piace del tuo lavoro?

Non mi piacciono le inaugurazioni, è come sposarsi una volta al mese e col rito cattolico. Ad esempio, un giornalista fa una celebrazione sociale di sé stesso ogni volta che pubblica un reportage?

Anche l’uso della parola “arte” risulta abbastanza imbarazzante e mi sembra spesso vergognoso dire che sono un artista. E’ come dire che sei più, o meglio degli altri: tu sei un povero diavolo e io sono un artista.

Comunemente l’arte viene intesa come lavoro che si sublima attraverso la maestria del lavoratore. Un artista è superiore a un lavoratore comune. Ma noi esageriamo con il termine pretenzioso di artista e mi sembra eccessivo e poco utile, soprattutto quando il lavoro diventa incomprensibile per la società, perché al problema di una parola enfatizzata sommiamo le difficoltà di esprimere idee che non possono aspettarsi l’adorazione dello spettatore comune. Dovrebbe esistere un’altra parola, da usare senza queste ambiguità. Una parola meno imbarazzante.

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Quali sentimenti provi nei confronti delle persone emarginate che fai assoldare per le tue operazioni? Ti senti coinvolto nelle loro sorti? Senti l’esigenza di intervenire per cambiare la loro condizione?

Le persone emarginate sono esattamente come le persone integrate. Solo appena più a disagio.

Prima di tutto siamo noi integrati che li consideriamo come zombie. Il panico sociale nei confronti dell’emarginato è descritto in maniera fantastica nei film sugli zombie, massa di bisognosi con urgente necessità di soddisfazione terrena e che cercano di trasformarci – e questo ci risulta più terrorizzante – in uno di loro.

Poi, siamo noi integrati che li abbiamo abituati ai nostri desideri. E’ come fossimo in una festa scandalosa, in una festa continua alla quale non abbiamo invitato il vicino dopo avergli rubato le birre e la donna. Il vicino ci guarda desideroso e non lo facciamo entrare. E’ esattamente come noi, vuole alcol e sesso, ma non li può avere.

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Da quali condizioni di vita vieni? Hai provato difficoltà nel sostentamento o hai avuto vita agiata?

In realtà mi stai chiedendo: “è vero che a causa della durezza della tua vita provi empatia per il prossimo? E’ vero che sei autentico e che sei buono?”.

Io non credo che il lavoro debba sostenersi sulla mitologia individuale. I dati biografici non rendono migliore un’opera, si sbandierano solo per soddisfare il bisogno di archetipi. Ad esempio l’archetipo dell’artista socialmente impegnato.

Quando dico che sono spagnolo i critici non reagiscono, ma quando aggiungo che vivo in Messico si illuminano: l’Europa non affascina, mentre un europeo che va a vivere in Messico viene visto come Kevin Costner che si addentra in territorio comanche. Ogni articolo sul mio lavoro comincia così: “Santiago Sierra è un artista spagnolo che vive in Messico”.

Molte volte si sopporta un pessimo videoartista filippino perché si presume che nelle Filippine non esistano videocamere e gente che le sa usare.

Credo che dopo aver cercato per anni il fascista che è in ognuno di noi e averlo espulso, sia ormai giunta l’ora di di fare i conti con il nostro Manu Chao interiore.

 

(Liberamente tratta da L’arte è una sublimazione della politica, intervista a Santiago Sierra di Mario Rossi, in Santiago Sierra, a cura di Fabio Cavallucci e Carlos Jimènez, catalogo del progetto speciale Santiago Sierra, Una persona (Galleria civica di arte contemporanea, Trento, 8 ottobre 2005 – 15 gennaio 2006), Silvana Editoriale, 2006, pp.74-97)

 

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